Transizione energetica e conseguenze dei prossimi trent’anni: cambia il mondo?

Scritto da  Giovedì, 13 Luglio 2017 14:25
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La maggior parte degli studi sull’energia stima o ha già stimato una crescita molto forte delle rinnovabili nei prossimi anni, in alcuni casi in sorpasso sui combustibili fossili. In alcuni casi, tutto questo è già accaduto.

 

Il documento The Geopolitics of Renewable Energy, pubblicato dalle università di Columbia e Harvard per conto del Norwegian Institute of Foreign Affairs, si è quindi interrogato sulle conseguenze geopolitiche della transizione. Lo fa, perché l’evoluzione del mondo nei prossimi trent’anni è strettamente legato alla comprensione delle “nuove potenze mondiali” (se nuove sono). Chi detiene il potere energetico, deterrà anche quello geopolitico. 

Gli autori hanno considerato le proiezioni uscite nel 2016 sul mix futuro delle risorse fossili/rinnovabili, mettendo a sistema le previsioni di IEA, IRENA, Bloomberg, BP, Exxon-Mobil, fino al più recente Perspectives for the energy transition  della IEA, sulla decarbonizzazione dei paesi G20. Per quanto riguarda gli scenari di previsione, il punto che li accomuna tutti è che sono piuttosto conservativi, perché le fonti fossili tradizionali - petrolio, gas, carbone - continueranno a dominare il panorama energetico nel 2035-2040. Diverso è il caso degli studi che definiscono quel “mondo desiderabile” che consentirebbe di limitare il surriscaldamento globale entro 2 gradi centigradi, per poi identificare le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi pro-rinnovabili. In questo scenario, le fonti rinnovabili arrivano sempre al 50-70% dei consumi totali primari di energia al 2050, con impatti geopolitici che secondo gli studiosi potrebbero interessare cinque aree: approvvigionamento di materie prime critiche, tecnologia e finanza, reti elettriche, calo della domanda di petrolio e gas, rischi associati al cambiamento climatico.

Per la prima area, il rischio è che si creino nuovi cartelli internazionali, con il fine di controllare le forniture delle terre rare (come disprosio e neodimio, centrali per l’industria delle rinnovabili), anche se gli autori dubitano che potranno esercitare una forza pari a quella attuale dell’OPEC in campo petrolifero. La riserva delle terre rare è localizzata in un punto geografico preciso: Cina e Russia ne detengono il 57% circa, mentre in Cina si concentra anche la quasi totalità della filiera mineraria-produttiva.

Nell’area tecnologica-finanziaria, il centro del discorso sono le Utilities. Molte di loro, nonché molte compagnie petrolifere, stanno variando le loro attività e competenze, dirottando investimenti sulle tecnologie pulite per diminuire gradualmente il peso dei carburanti tradizionali, come ha già annunciato Vattenfall.

L’incertezza più grande riguarda il modello energetico che prevarrà nei prossimi decenni: una generazione diffusa, che favorisca l’autoconsumo con piccoli impianti e sistemi di accumulo, o un modello centralizzato, fatto di grandissimi impianti ed enormi strutture di telecomunicazioni? Esiste cioè la possibilità che diversi gruppi di paesi costruiscano le cosiddette supergrid, sistemi elettrici sovranazionali di un livello evolutivo più alto delle interconnessioni,da utilizzare anche come “arma energetica” per influenzare le relazioni tra governi e istituzioni? Per ora, l’unico progetto di questo tipo è naufragato, ma l’evoluzione è sempre possibile. L’altro grande rischio è l’accesso all’elettricità – e quindi l’aumento della resa delle reti elettriche – riducendo però allo stesso tempo la dipendenza dalle fonti fossili. Elettricità di più, elettricità per tutti, ma solo elettricità pulita: tre obiettivi non esattamente facili da realizzare allo stesso tempo, visti i conflitti esistenti innescati dalla scarsità di risorse energetiche, idriche ed alimentari, soprattutto nei paesi emergenti più colpiti da siccità prolungate e desertificazione.

Con la diffusione delle micro-reti e delle tecnologie di generazione elettrica off grid, le comunità locali potrebbero invece indebolire il potere di controllo dei governi centrali, a tutto vantaggio della condivisione energetica e di uno sfruttamento migliore delle risorse.

In definitiva, l’emergere di conflitti futuri dipenderà in buona parte dalla reazione degli Stati che fondano le loro economie sull’esportazione di oro nero e gas naturale, oltre che dalla capacità di bilanciare la perdita di profitti e posti di lavoro nei settori oil&gas con nuovi guadagni e nuova occupazione nelle rinnovabili.

 

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