Non solo rinnovabili: l’economia circolare per la salvezza del pianeta

Scritto da  Lunedì, 08 Maggio 2017 15:29
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Letto 699 volte Ultima modifica il Mercoledì, 17 Maggio 2017 14:02

Che le rinnovabili siano pulite, economiche e generino occupazione è risaputo; lentamente, diversi Paesi del mondo stanno attuando scelte e strategie che abbandonano la tendenza al disordine delle risorse: economiche ed energetiche.

 

Gli accordi di Parigi sono il frutto di un rischio percepito: la CO2 prodotta dal metabolismo energetico è infatti ormai compresa e sentita come una minaccia irreversibile, che va contrastata con ogni mezzo. Pur con tutte le incertezze che caratterizzano l’applicazione degli accordi, si tratta di un pensiero unanime e mondiale: riduciamo le emissioni.

Sul fronte delle risorse i Paesi si muovono invece in autonomia: Europa e Giappone, poveri di materie prime e fortemente antropizzati, hanno definito politiche specifiche e che puntano chiaramente a risolvere i problemi dei continenti oltre (e probabilmente prima) che quelli mondiali; la Cina, sollecitata soprattutto dai pesanti impatti ambientali, teorizza invece una conversione secondo i paradigmi dell’economia circolare. Infine, in Paesi come gli Stati Uniti il tema è (almeno politicamente) molto meno sentito. Al contrario degli impegni sulla CO2, non esistono obiettivi specifici per la limitazione dell’uso di materie prime anche se, in alcuni paesi come l’Europa, sono stati introdotti valori da raggiungere nel riciclo dei rifiuti e un obiettivo di consumo "suolo zero" entro il 2050.

Perché sottolineare queste differenze? Perché le fonti rinnovabili sono un’arma potentissima per uno sviluppo “decarbonizzato”; ma non si può pensare di rallentare il la tendenza al degrado di tutte le altre risorse nello stesso modo. A differenza dell’energia solare, del vento e in qualche modo dell’acqua, il suolo non si rigenera di continuo, e così pure le risorse dle pianeta che ogni giorno consumiamo. Il nostro pianeta, il nostro sistema, si presenta infatti termodinamicamente come un sistema “chiuso”: non scambia materia con l’esterno, ma riceve un flusso costante ed elevato di radiazione solare.

L’economia circolare può perciò rallentare il percorso irreversibile verso il degrado, dalla progettazione per garantire una lunga durata ai prodotti alla loro rifabbricazione, dalla sharing economy al riciclo dei rifiuti e usando molti altri strumenti. Non esiste però un fattore equivalente all’energia solare in grado di invertire il degrado delle risorse, salvo il comparto della produzione di biomateriali, comunque limitato.

Gli impegni sul fronte climatico hanno consentito di avviare un disaccoppiamento tra crescita economica e produzione di CO2. Negli ultimi tre anni, infatti, le emissioni si sono stabilizzate a fronte di una crescita annua dell’economia mondiale del 3%. Lo scenario dei prossimi decenni prevede una totale decarbonizzazione, in larga parte proprio grazie alla diffusione delle fonti rinnovabili: ma è un obiettivo, e dobbiamo ancora vedere i risultait intermedi prima di raggiungerlo.

Per fortuna, anche nel caso dell’uso delle risorse, la progressiva consapevolezza dell’irrazionalità del saccheggio del pianeta sta sollecitando un cambio culturale e l’avvio di misure volte a favorire la progressiva dematerializzazione delle economie. Almeno in parte. Tra il 1990 e il 2012, a fronte di un Pil mondiale più che triplicato, l’uso dei materiali è aumentato solo del 66%, anche se tra il 2003 e il 2013 il tasso di crescita è raddoppiato rispetto al ventennio precedente in larga parte a causa delle dinamiche economiche cinesi. A livello globale si sta assistendo dunque ad un disaccoppiamento relativo tra crescita delle economie ed uso dei materiali. In alcune aree, comunque poche, si è avuto anche un disaccoppiamento assoluto, cioè un calo dell’uso dei materiali utilizzati, spiegabile però con il ruolo svolto dall’importazione di prodotti finiti. Ad esempio la Germania nel periodo 1990-2012 ha visto un calo del 40% nell’uso di materiali.

Ora, è ragionevole pensare che si possa ridurre il consumo specifico di materie prime nelle varie applicazioni, ma non i valori assoluti di consumo, considerata la crescita del numero di abitanti, l’aumento di abitazioni nelle città e lo spopolamento progressivo delle campagne, nonché il fatto che una parte considerevole della popolazione mondiale deve ancora raggiungere livelli di benessere.

Esistono politiche virtuose che possono alleggerire la pressione antropica sul pianeta; la fase in cui siamo oggi comincia infatti a vedere una spinta verso la dematerializzazione dell’economia che può far diventare l’economia stessa sempre più circolare. Ma quello che serve, necessariamente e sempre più, è un cambio comportamentale. Una modifica degli stili di vita, che se fino a ieri trovavamo sui libri di sociologia dei consumi, oggi dovrebbero trovarsi nei manuali dedicati alla sostenibilità. Non tanto vivere meglio, ma vivere con meno. Che poi, è vivere molto meglio.

 

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