Smart City in Italia: indietro ma non troppo

Written by  Tuesday, 03 November 2015 17:00
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Lecce città virtuosa e premiata. Il premio E-Gov 2015 va al capoluogo salentino, per una delle pubbliche amministrazioni più virtuose nel campo dell'innovazione.

 

Il Comune si è infatti dotato da tempo di un portale web in cui vengono raccolti e aggiornati i cosiddetti “dati aperti” in formato libero: orari scolastici, traffico, presenza dei defibrillatori sul territorio, eventi culturali in programma, farmacie di turno e così via. E' Open Data Lecce, grande raccolta di dati numerici e non, organizzata in 137 raccolte di dataset per argomento e dedicata a praticamente tutte le esigenze dei cittadini.

Lecce è definita smart city da diverso tempo, grazie a questo e ad un altra lunga serie di progetti realizzati, che le sono valsi anche il premio presso il Salone Smau di Milano; il premio, oltre a certificare la modernizzazione del Comune, afferma e certifica il grado di partecipazione raggiunto all'interno del progetto. Il lavoro sugli open data infatti ha riguardato l'amministrazione comunale, ma anche i dipendenti, i cittadini e le associazioni di categoria, creando un processo partecipativo che ha reso i dati solo un ingranaggio all'interno di un percorso molto più ampio.

E infine, Lecce ha anche ottenuto il maggior incremento assoluto nella classifica annuale delle smart city, stando al rapporto Icity Rate 2015. Una "smartness" che ha portato alla creazione di una sezione interna all'amministrazione, il Team Open Data Operativo - ToDo; alla promozione di un concorso per promuovere app e startup che utilizzassero quegli stessi open data. Sono nati così servizi come ViviLecce, LecceMovida, Lecce Bed & Breakfast, e molti altri progetti finalizzati ad offrire servizi sempre più utili all'intera cittadinanza. 

Un bel caso virtuoso, perché  sul fronte smart city il nostro Paese è notevolmente indietro rispetto alla media Europea. Mancano cabine di regia che possano offrire nelle città un approccio organico agli interventi, mentre la burocrazia abbonda e le risorse economiche scarseggiano. E' un peccato, perché gli interventi per rendere le città italiane più sostenibili e vivibili – dalla mobilità sostenibile, alla gestione intelligente di spazi, energia, risorse e rifiuti – potrebbero muovere investimenti per circa 65 miliardi di euro, cioè oltre 7 volte quanto investito ad oggi.

E' quello che emerge dal nuovo report sulle smart city in Italia dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, presentato giovedì 29 ottobre a Milano. Il report analizza le iniziative in atto nelle città europee e in quelle italiane, esplorando in particolare come interagiscano nella varie situazioni i tre “building block”, i mattoncini che entrano in gioco nei progetti: tecnologie, attori e modelli di finanziamento.

La principale differenza fra i casi più virtuosi di “smartness” e quelli meno virtuosi non sta, secondo il report,  nell’orizzonte temporale di intervento né  nella localizzazione geografica, bensì nel business model utilizzato per gestire i progetti. Il modello vincente è quello che prevede una cabina di regia di tutti gli interventi, composta da tutti i soggetti coinvolti nel progetto. Una struttura dotata di una governance propria e che assume un ruolo formale nella gestione dei progetti, stilando una roadmap e realizzando diversi interventi tecnologici. Il modello di finanziamento privilegiato è la PPP (partnership pubblico-privato) che permette agli enti pubblici di attrarre e reperire risorse finanziarie non disponibili al proprio interno, superando così le barriere economiche. 

All'interno del report, l'E&S Group ha considerato le prime 50 città italiane per numero di abitanti: in 16 città - il 32% del campione nessun progetto è stato pensato né realizzato in ambito smart city. Sono solo 7 le “Italian eagle cities”, dove cioè sono stati realizzati più progetti integrati fra loro, e 13 le “Italian gazelles cities”, che seguono da vicino. Solo il 40% delle principali città italiane si è già incamminato virtuosamente verso l’adozione del modello smart city: pochissime, rispetto al resto d'Europa. La ragione principale di questo gap - si spiega nel report - dipende dall'adozione da parte delle città italiane di un modello di sviluppo “additivo”, che prevede la realizzazione di interventi spot senza una roadmap né una cabina di regia. In Italia, per non farci mancare nulla, il PPP è un modello ancora poco diffuso, e visto spesso come una modalità di relazione poco trasparente tra soggetto pubblico e soggetti privati.

Sono tutti ostacoli da rimuovere, anche solo perché il report stima un potenziale di mercato teorico delle smart city in Italia – inteso come la somma degli investimenti necessari per ottenere il massimo grado di smartness – pari a circa 65 mld di €: oltre 7 volte il cumulato degli investimenti ad oggi realizzati in tale ambito. Di questo enorme potenziale, la parte destinata a tradursi in mercato reale da qui al 2020 è pari, secondo la previsione, a 10 miliardi di euro, solo il 16% del mercato teorico, ma con un volume annuo di investimenti di circa 2 miliardi di euro all’anno, cioè con una progressione doppia rispetto al ritmo medio degli investimento tenuto nell’ultimo quinquennio.

 

Fonte: QualeEnergia

 

È possibile, insomma, diventare più smart? La risposta del report è positiva, a patto che gli attori in gioco siano in grado, attraverso una cabina di regia condivisa e forme di finanziamento PPP, di sopportare gli orizzonti di investimento e l'invasività degli interventi. Una sfida, insomma, a saper fare sistema.

 

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